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blog di Vincenzo Marannano
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C'è sempre un angolo di terra da scoprire. Una grotta in cui calarsi, una cima da scalare. C'è un sentiero lungo che cambia sfondo e pendenza giorno dopo giorno. Irto, in discesa, a volte pianeggiante. E poi c'è questo spazio. Una stanza. Quattro mura virtuali che ospitano riflessioni, piccoli racconti. Qualche articolo e altre notizie che non trovano spazio sui grandi mezzi di comunicazione. Del resto, che senso avrebbe aggiungere un'altra voce al coro? In questa "stanza" convogliano amici e idee. Per ridere. E per riflettere.
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alcune istruzioni per l uso
cose di cosa nostra
dicono di lui
eppure è successo
famose du risate
in viaggio
la frase del giorno
lo specchio
morogoro road
par condicio
short message
strano ma vero
varie ed eventuali
Potrebbero essere passati almeno *loading* visitatori... ____________________________
Qualcosa su cui riflettere
"Allora Almitra disse: parlaci dell’Amore. E lui sollevò la testa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse: quando l’amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire. E quando vi parla, abbiate fede in lui, anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino. Poiché l’amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà . Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole, così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra. Come covoni di grano vi accoglie in sé. Vi batte finché non sarete spogli. Vi staccia per liberarvi dai gusci. Vi macina per farvi neve. Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli. E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio. Tutto questo compie in voi l’amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita. Ma se per paura cercherete nell’amore unicamente la pace e il piacere, allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore, nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime. L’amore non dà nulla fuorché sé stesso e non attinge che da sé stesso. L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto; poiché l’amore basta all’amore. Quando amate non dovreste dire: «Ho Dio nel cuore», ma piuttosto, «Io sono nel cuore di Dio». E non crediate di guidare l’amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida. L’amore non vuole che compiersi. Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi: dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte. Conoscere la pena di troppa tenerezza. Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d’amore, e sanguinare condiscendenti e gioiosi. Destarsi all’alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d’amore; riposare nell’ora del meriggio e meditare sull’estasi d’amore; grati, rincasare la sera; e addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra. L’amore, come un corso d’acqua, deve essere in continuo movimento, ed è proprio per quello che tu fai con me. Ma che cosa accade alla maggioranza delle coppie? Credono che le acque del fiume scorrano per sempre, e non se ne preoccupano più. Poi arriva l’inverno, e le acque gelano. Solo allora comprendono che niente, in questa vita, è assolutamente garantito".
Gibran Khalil Gibran, Il Profeta ____________________________
Hanno detto di lui:
Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me (Giorgio Gaber)
Berlusconi mi ha detto che sono il più grande comico di questo secolo con Sordi e Totò. Gli sono grato per questo... e anche per aver perso le elezioni. (Paolo Villaggio)
Ormai in Italia siamo alla legislazione automatica: ogni reato di cui è accusato Berlusconi viene automaticamente cancellato da una legge apposita. Speriamo che prima o poi Berlusconi si faccia una canna. (Daniele Luttazzi)
Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l'annunciatrice. (Enzo Biagi)
Non è vero che se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l'annunciatrice. È vero invece che se l'annunciatrice avesse le tette se la farebbe Berlusconi. (Gino & Michele)
Non odio Berlusconi. Si trucca e mette pure i tacchi. (Vladimir Luxuria)
Berlusconi però è uno che reagisce bene, anche quando c'ha i processi. È uno di carattere, bisogna ammetterlo. Anche questo processo sui fondi neri alle Fiamme Gialle che c'ha ora con Gherardo Colombo farebbe paura a tutti. Ma lui ha dichiarato ai giornali: "No, no, sono tranquillo, sono sereno, la notte dormo come un bambino". Cioè si sveglia ogni tre ore e piange. (Roberto Benigni, da Tuttobenigni 95-96)
Berlusconi è il più grande piazzista del mondo. Se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutt'Italia. (Indro Montanelli)
Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità che si ottiene col vaccino. (Indro Montanelli, intervista di Laura Laurenzi, da la Repubblica, 26 marzo 2001)

Dal 17 novembre è in edicola il mio primo libro. Si intitola "Firmato Lo Piccolo" e ripercorre l'ultimo anno di lotta alla mafia. E quindi la cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, il ritrovamento di centinaia di pizzini, il pentimento di cinque boss, le retate: tutto raccontato in 228 pagine con documenti originali e molti inediti. “Firmato Lo Piccolo” (Novantacento edizioni) apre la collana dei libri di “S”. Costa solo 7,90 euro. Poco più di una pizza. Lo trovate in tutte le edicole e nelle migliori librerie.
Spedizione siciliana ad Accra e Kumasi. Le storie. Grazie a questo viaggio, Alex ha rivisto i genitori dopo 16 anni. Giuseppe ha preso l'aereo per la prima volta. E poi c'è Mayfred: badante in Italia, oggi è un'imprenditrice
ACCRA. Cos’è la felicità? Una playstation? Un paio di Hogan nuove o un’auto con tutti i comfort? Oppure la possibilità di prendere un aereo per la prima volta? Di rivedere i genitori dopo sedici anni, di ricevere un cappellino o una t-shirt che danno un tocco di colore a quei pochi stracci consumati dalla polvere e dall’usura? Forse per noi occidentali, o per chi comunque è abituato a tre pasti al giorno, acqua calda e cameriera è difficile comprendere quei ragazzini in fila per un quarto d’ora con l’unica promessa di una penna biro. Ma qui, nel cuore del Ghana, la felicità può essere anche questo: una matita, una foto, un sorriso da parte di questi strani individui con la pelle chiara.
Per quasi due settimane una delegazione palermitana ha vissuto a stretto contatto con gli abitanti di Accra e Kumasi, le principali città del Ghana. Ne ha conosciuto gli aspetti più tristi, legati alla povertà e alla miseria di questi posti, ma anche la forza e la voglia di vivere che caratterizza questo popolo. Che, anche se con poco o niente, con stipendi che nella migliore delle ipotesi non superano i 50 euro al mese, ha sempre il sorriso stampato sul volto. Anche questa è integrazione. E integrazione è la parola d’ordine del progetto «Città Plurale - abito il mondo», finanziato per intero dal Ministero della Solidarietà sociale per un importo di 364 mila euro. Il viaggio in Ghana dal 23 settembre al 3 ottobre, assieme al centro aggregativo realizzato in via Di Benedetto, nel cuore di Ballarò, è stato il fiore all’occhiello di tutta una serie di attività (spettacoli, sfilate di moda, mostre fotografiche, concerti, cene interetniche, workshop, un corso di italiano e uno di inglese per mamme straniere e palermitane) portate avanti grazie all’impegno del consorzio Comunità nuova, che ne è l’ente gestore esecutivo e il cui scopo consiste nell’attuare azioni di integrazione tra minori immigrati e palermitani residenti soprattutto nel territorio della Prima circoscrizione.
La scelta di Accra e Kumasi è legata proprio alla forte presenza di immigrati ghanesi nel centro di Ballarò. Mille storie che si intrecciano e che hanno offerto lo spunto a Francesco Passantino e Diletta Parisi, rispettivamente presidente del consorzio e responsabile del progetto — con loro nella «spedizione» c’erano pure Ornella Botondi e Valentina Battaglia dell’ufficio Attività sociali del Comune di Palermo, un mediatore culturale e due attori palermitani — per selezionare due ragazzini da accompagnare in questo spicchio di Africa. Grazie a questa opportunità Michael, 14 anni, nato a Palermo da genitori ghanesi, ha potuto rivedere la nonna e i cugini dopo tanti anni; grazie a questo viaggio Giuseppe, 16 anni, palermitano di Ballarò con il sogno di aprire un’officina, da alcuni anni costretto a vivere in una casa famiglia, ha preso un aereo per la prima volta.
Durante la visita in Ghana c’è stato spazio per incontri istituzionali con le municipalità di Accra e Kumasi, con il ministro della Cultura e con l’ambasciatore Fabrizio De Agostini — che hanno manifestato la loro disponibilità a sposare il progetto di Città Plurale — ma anche per emozioni forti. Come quelle regalate da Alexander Osei Minkah, il mediatore culturale. Per lui la felicità è stata riuscire a «rubare» un’ora al gruppo e alla sua smania di ingurgitare Africa e souvenir per ricongiungersi, dopo 16 anni, con i genitori e con una parte della sua famiglia. Con la seconda e la terza moglie di suo padre, con 4 dei suoi circa venti fratelli (nemmeno lui ricorda il numero con esattezza). È stato un incontro toccante, una carrambata si direbbe in Italia per liquidare con un aggettivo le innumerevoli emozioni che ha provato anche chi non c’entrava niente con quella famiglia. Un mix di gioia e tristezza, sorrisi e lacrime. Perché dopo tanti anni Alex ha trovato un uomo segnato dal tempo e da una grave forma di amnesia che tutti attribuiscono al diabete ma che qui è difficile anche diagnosticare. Il padre di Alex per anni è stato direttore di una miniera d’oro. È stato un uomo ricco e rispettato. E tra tutti i figli, Alexander è quello che ricorda ogni giorno nelle sue preghiere. Quello che vorrebbe accanto nei suoi ultimi anni. E non è detto che non sia così.
Perché in Ghana, un po’ come nella Sicilia di cinquant’anni fa, sono centinaia di migliaia gli emigranti (solo in Italia si pensa che siano circa 70 mila tra regolari e non, mentre sono solo 300 gli italiani in tutto il Ghana) ma sono anche tanti quelli che ritornano dopo una lunga esperienza all’estero. Tra questi conosciamo Mayfred, una donna in carriera che ha vissuto in Italia per 12 anni, cinque dei quali trascorsi a lavorare a Palermo, zona Politeama. «Fino a poco tempo fa — racconta — facevo le pulizie a casa di una famiglia molto ricca. Ho imparato molto da loro, ho scoperto il gusto per il bello». Un giorno Mayfred ha deciso di scommettere su se stessa. Ha fatto i bagagli, ha portato con sé tutto ciò che aveva imparato in Italia ed è volata negli Stati Uniti. Lì ha trovato un primo contatto per realizzare il suo sogno. Il primo carico di merce. Adesso fa business, è titolare di una società che importa merce da Stati Uniti, Cina e Italia verso il suo Paese. Ha una casa tutta sua, un’auto, un fuoristrada e perfino due badanti per i bimbi. Perché anche qui, in questo spicchio di terra rossa, i sogni alla fine si possono realizzare.
Vincenzo Marannano
(tratto dal Giornale di Sicilia dell'11 ottobre 2008)
BUCAREST. I rom, sembra assurdo ma è così, sono un’emergenza anche qui, nel cuore della Romania. A loro le statistiche attribuiscono il maggior numero di reati, furti e rapine, episodi di accattonaggio e anche brutte storie legate al rapimento di bambini. I rom d’Italia, sembra assurdo ma è così, alla fine sono solo la quattordicesima comunità in Europa: 150 mila contro gli 800 mila di Spagna e Bulgaria, i 400 mila di Francia e Russia, i 520 mila di Serbia e Repubblica Slovacca. E, appunto, i 2 milioni e mezzo della Romania. Per il consiglio d’Europa, i rom nel Vecchio continente sono solo una minoranza che va dai 9 ai 12 milioni di persone. Dati approssimativi legati al fatto che i censimenti vengono visti come strumento discriminatorio e per questo evitati.
L’emergenza è dunque europea. Eppure oggi dici rom e pensi subito alla Romania. A quel carrozzone uscito a fatica dall’era comunista e che, sempre a fatica, cerca di misurarsi con le altre nazioni dell’area euro. Che aspetta con entusiasmo (e non poca preoccupazione) il giorno in cui la moneta unica prenderà il posto della supervalutata «Leu». In cui i prezzi - la voce di ciò che è successo da Berlino a Palermo è arrivata anche lì - schizzeranno e probabilmente con loro (la speranza è l’ultima a morire) saliranno gli stipendi, fermi da anni a poco più di 400 euro mensili.
Anche questa è la Romania. E soprattutto Bucarest, la capitale: un groviglio di fili, di strade e marciapiedi sconnessi, di piazze sventrate dai cingolati e mai risistemate, di ruderi di palazzi incastonati tra opere d’arte e d’architettura uniche nel loro genere. Come il Palazzo del Parlamento, che con i suoi 330 mila metri quadrati è il secondo edificio al mondo per estensione (dopo il Pentagono) ed il terzo in volume. Frutto della follia imperialista - ma soprattutto dell’ansia di lasciare qualcosa che potesse testimoniare la sua « grandezza» - di Nicolae Ceausescu, il Palazzo del Parlamento è stato realizzato sulle ceneri di due quartieri, rasi al suolo con le loro 19 chiese cristiane ortodosse, 6 sinagoghe e templi ebrei e 3 chiese protestanti. Vi lavorarono circa 700 architetti e più di 20.000 operai organizzati in turni, 24 ore su 24, per cinque anni e per un costo complessivo di circa 3,3 miliardi di euro, il 40 per cento del prodotto interno lordo. Ironia della sorte: il regime di Ceausescu fu rovesciato poche settimane prima del completamento, ma il dittatore non arrivò a godersi nemmeno una stanza di quell’ enorme edificio.
Ma la Romania non è solo Bucarest. Basta noleggiare un’auto e ad appena 180 chilometri si scopre infatti la Transilvania, uno dei posti più misteriosi e al tempo stesso più affascinanti d’Europa. Lì si può visitare il castello di Bran, che la leggenda (ma solo quella) vuole essere appartenuto al conte Dracula. Ma che in realtà è appartenuto a un principe duro e sanguinario, niente a che vedere coi vampiri. Però qui è così: dietro ad ogni sasso c’è una storia, una leggenda da raccontare. Come la Chiesa Nera di Brasov, più volte aggredita da incendi ma sempre e ostinatamente in piedi, o il castello di Peles, che (dimensioni a parte)per rifiniture non ha niente da invidiare alle regge inglesi. E ancora il delta del Danubio e le splendide spiagge del mar Nero... Insomma, nonostante il lungo purgatorio post comunista, la Romania oggi ha molto da offrire ed enormi potenzialità in campo turistico. E ora che è entrata in Europa sembra pronta a ripetere il miracolo spagnolo.
Vincenzo Marannano
Tra tutte le catene che girano su internet, questa è forse la più significativa per descrivere i rischi che si corrono quando si intraprendono certe "crociate". La inserisco così come mi è arrivata.
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare".
Martin Niemöller
L’Italia soffre. Soffre la Campania sommersa dai rifiuti, soffrono gli impiegati costretti a fare i conti con dei salari che non bastano più nemmeno per la spesa, soffrono le città ostaggio del traffico a causa di servizi inefficaci o inesistenti. E poi soffrono i giovani, soffre chi vede che la possibilità di trovare un lavoro stabile si fa ogni giorno sempre meno concreta. Chi non ha possibilità di costruire una famiglia perché una famiglia costa, una casa costa, mangiare costa, la luce e l’acqua costano, e senza uno stipendio fisso non si può pensare di sobbarcarsi un fardello così pesante. E la politica che fa? Litiga per mancati attestati di solidarietà, passa anni interi a discutere di leggi elettorali, a cambiarle assecondando la convenienza del momento, a collocare amici e parenti nei posti di dirigente...
Sarà pure un discorso qualunquista, ma il vero cambiamento, come ha detto il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, potrà arrivare solo quando chi è stato sconfitto avrà il coraggio di farsi da parte. Solo quando la politica avrà il coraggio di rinnovarsi e di mettere alla porta le decine di cariatidi che da decenni hanno preso la residenza nei palazzi del potere. In ogni paese civile il premier o il candidato che viene sconfitto alle elezioni o sfiduciato dal parlamento può solo fare le valigie e tornare ad occuparsi degli affari di famiglia. Succede così negli Stati Uniti — citati solo quando conviene — e succede così anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna e in tutte le altre nazioni in cui la parola democrazia ha ancora un significato. Non capisco perché in Italia dobbiamo invece accollarci sempre le stesse persone. Se gli Italiani hanno detto no per ben due volte al signor Berlusconi (nel 1996 e nel 2006), perché il signor Berlusconi deve insistere? Non è sempre la stessa persona? Stesso discorso vale per il signor Prodi: è stato sfiduciato due volte, ne prenda atto e vada a casa.
Internet ormai è rimasto l’unico mezzo democratico, attraverso il quale si possono diffondere idee. Gli altri mezzi di informazione sono monopolizzati da chi litiga per una legge elettorale. Dalle cariatidi con residenza a Palazzo Chigi o a Palazzo Madama. Da chi pensa solo a conservare la propria fetta di potere. L’unico modo per avviare questo cambiamento, oggi, è legato alla possibilità — attraverso il voto — di scegliere tra i candidati quello che all’anagrafe non ha ancora superato i 50 anni, a prescindere dal partito. Di scegliere quello con la faccia pulita, che oltre a non avere il culo incollato alla poltrona da anni possa vantare una fedina penale pulita.
Non pensate che sia così difficile. Dopo tutto siamo quasi sessanta milioni in Italia.
Dopo un periodo di silenzio, di apparente assenza, il blog è pronto a ripartire. C'è una nuova primavera alle porte. Vediamo cosa è in grado di offrire.
Quando la realtà supera la finzione: un ragazzino aveva capito fin troppo presto quali sono i meccanismi che fanno muovere la politica in Italia... È successo nel Treviggiano. Ecco la storia.
TREVISO. Ricariche telefoniche, merendine e soldi in cambio dei voti dei suoi compagni di scuola per diventare sindaco del primo consiglio comunale dei ragazzi istituito a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso. È successo in una scuola media della cittadina del trevigiano, la Balbi Valier, come segnala oggi «Il Gazzettino». Protagonista dei brogli un ragazzino immediatamente escluso dalla competizione. Annullate le elezioni. L'iniziativa, rivolta alle scuole medie, è stata promossa dall'amministrazione comunale di Pieve di Soligo con i due istituti scolastici del territorio, il Toniolo, complesso pubblico, in cui sono state create sette liste e il Balbi Valier, collegio vescovile privato, con tre liste per la campagna elettorale. Il vincitore per diventare baby sindaco deve ottenere il maggior numero di voti tra i due istituti. Per primi votano gli alunni del Toniolo e va tutto bene. Poi quelli del Balbi Valier. Ad aggiudicarsi i voti è un alunno del collegio privato. A spoglio terminato si urla però allo scandalo. Si scopre così che i voti sono stati comprati. La prossima settimana si rivota al Balbi Valier privato con esclusione dalla competizione del ragazzo protagonista dello scambio di favori.
Bush: «L'Iran resta un pericolo»
Il presidente Usa in conferenza stampa alla Casa Bianca: «Contro la minaccia nucleare resta l'opzione militare»
MOSCA - Il programma nucleare iraniano resta un pericolo e gli Stati Uniti mantengono sul tavolo l'opzione militare per fronteggiarlo. Lo ha ribadito George W. Bush in una conferenza stampa alla Casa Bianca. All'indomani della diffusione del rapporto dell'intelligence Usa secondo il quale dal 2003 Teheran ha congelato i piani per dotarsi dell'atomica, il presidente Usa si è affrettato a precisare che lungi dal ridimensionare la portata del pericolo iraniano, tale rapporto è «un segnale di avvertimento», che indica che Teheran aveva un programma di armamento nucleare e lo potrebbe riprendere. «Il problema con l'Iran è che ha nascosto in passato il suo programma nucleare e può farlo di nuovo in futuro» ha sottolineato Bush. «L'Iran era pericoloso, è ancora pericoloso e sarà pericoloso se hanno le conoscenze necessarie per fare un ordigno nucleare». Bush ha esortato nuovamente gli altri Paesi a mantenere alta la pressione si Teheran: «Il modo migliore per essere sicuri che nel mondo regni la pace in futuro è che la comunità internazionale continui con una voce sola a avvertire gli iraniani: vi isoleremo». Il rapporto d'intelligence diffuso ieri sull'Iran, ha detto Bush, «offre un'opportunità per noi di continuare a mobilitare la comunità internazionale, per far pressione sul regime iraniano per sospendere il programma».
(dal sito www.corriere.it)
PALERMO. È finita in una villetta a pochi chilometri da Palermo la latitanza di Salvatore Lo Piccolo, indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra palermitana dopo la cattura di Bernardo Provenzano. Lo Piccolo, 65 anni, detto «il Barone», era ricercato dal 1983. A catturarlo è stata la polizia, che lo ha individuato nella villa assieme al figlio Sandro, 40 anni, latitante da 9, e ad altri due mafiosi ricercati, Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. A carico di Salvatore Lo Piccolo pendevano 8 ordinanze di custodia cautelare.
Piccolo imprenditore edile, aveva cominciato la sua carriera di mafioso come guardaspalle e autista del «padrino» di San Lorenzo, Rosario Riccobono, poi soppresso con il metodo della «lupara bianca» durante la guerra di mafia degli anni ’80. Lo Piccolo aveva fiutato l’aria e aveva cambiato schieramento, accreditandosi come fiduciario dei nuovi capi corleonesi di Cosa Nostra, Riina prima e Provenzano poi. Il suo potere si era via via esteso, fino ad abbracciare una vasta parte della provincia occidentale di Palermo. Dopo l’arresto di Provenzano, la figura di Lo Piccolo era ulteriormente emersa come il nuovo riferimento dei clan palermitani, anche in virtù delle alleanze negli Usa che il boss latitante aveva coltivato e rilanciato. Sandro Lo Piccolo, braccio destro del padre, era sfuggito alla cattura nel 1998 durante un blitz della polizia, che lo aveva intercettato nella borgata marinara di Mondello, nel cuore del suo «regno», e da allora era ricercato.
Secondo quanto riferito da fonti investigative la cattura ha avuto fasi drammatiche. Gli uomini della polizia hanno dovuto sparare alcuni colpi a scopo intimidatorio dopo che i mafiosi avevano abbozzato un tentativo di resistenza. I quattro sono stati sorpresi in un casolare nelle campagne tra Montelepre e Zucco, a una trentina di chilometri da Palermo e nel pieno del territorio controllato dai Lo Piccolo. Il cascinale veniva da tempo monitorizzato dalla polizia, che lo aveva individuato come sede di incontro tra i boss: non un covo, dunque, ma un luogo dove tenere summit. I poliziotti hanno visto arrivare Pulizzi e Adamo, e sono entrati in azione.
Erano da poco passate le 9.30 di stamani. A quel punto i quattro mafiosi si sono asserragliati in un capannone vicino, in un estremo tentativo di sfuggire alla cattura. Gli agenti hanno esploso alcuni colpi con le armi di ordinanza, per convincere i latitanti a rinunciare. Poco dopo i quattro mafiosi sono usciti, uno per uno, con le mani sopra la testa e si sono arresi.
Adesso si apre una fase nuova e anche ad alto rischio. Ciò che temono gli esperti è che questo nuovo arresto, e soprattutto la cattura di un latitante di questo calibro, possa far venire meno un punto di riferimento importante all’interno dell’organizzazione mafiosa. Una sorta di coperchio che serviva a tenere tutti a bada, dentro un pentolone, con qualche piccola tensione, è vero, ma tutto sommato tranquilli. Non ci vorrà molto per capire se questa analisi è corretta.
Alla luce di quanto è successo ieri a Roma sorge spontanea una domanda: è giusto o no espellere tutti? È giusto prendersela con un intero popolo? Radere al suolo tutti i campi nomadi? A primo acchito anch’io direi subito che sì, è giusto mandarli tutti a casa questi accattoni, questi delinquenti, questi morti di fame che sanno solo rubare, stuprare, saccheggiare le ville e sfruttare i bambini. Sì, direi che è giusto. Ma poi, dopo avere contato fino a cento e dopo avere riflettuto qualche secondo in più prima di rispondere direi che se dobbiamo espellere tutti i romeni allora dobbiamo mandare al confino anche tutti i vicini di Erba, tutti quelli che di cognome fanno Franzoni, tutti i conterranei del muratore siciliano che ha ammazzato il piccolo Tommaso. E poi i figli e i parenti di chi ha subito condanne pesanti. E tanti, tanti altri ancora. Anzi, pensandoci bene potremmo pure creare un bel campo di concentramento dove mandare i familiari di mafiosi e brigatisti, di assassini e camorristi, politici corrotti, maghi e fattucchiere... E — perché no? — si potrebbero anche castrare tutti i delinquenti affinché il loro seme si estingua.
Ripeto, se dovessi rispondere così, su due piedi, direi che per quel che mi riguarda si possono anche mandare tutti al rogo, questi bastardi. Ma non sempre la prima risposta è quella che conta. La soluzione non sta sempre nelle armi e nei rastrellamenti, nelle controffensive stile Bush che ti bombarda una nazione a caso solo perché deve pur prendersela con qualcuno. Queste sono reazioni dettate solo dall’emozione del momento e dall’esigenza di dare a tutti i costi una risposta a qualcuno. È solo la prima di tante possibilità.
Ma è facile, tremendamente facile scegliere la busta numero uno.
Palermo. La mafia a Palermo impone un «pizzo» mensile più esoso rispetto a quello della Camorra a Napoli. È quanto emerge dal rapporto «Sos Impresa» della Confesercenti sulla criminalità organizzata. Dallo stesso studio è emerso che la prima azienda italiana si chiama «Mafia spa» e ha un fatturato annuo di 90 miliardi di euro: il 7 per cento del Prodotto interno lordo, pari a cinque manovre finanziarie e otto volte il Tesoretto. Nel rapporto della Confesercenti si sottolinea anche che usura e racket - con 40 miliardi di fatturato - costituiscono il principale business per le associazioni mafiose. Ma il fatturato della malavita organizzata è alimentato anche da estorsioni, furti e rapine, contraffazione e contrabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti.
Tornando alle estorsioni, per un negozio nel capoluogo siciliano il racket pretende dai commerciante dai 200 ai 500 euro al mese contro i 100 o 200 della città partenopea. Se l’attività commerciale è di «lusso» e si trova in centro città, la richiesta minima degli estorsori è di 750 euro a Palermo e di 500 euro a Napoli. È invece di ben 2.000 mila euro la differenza della somma imposta dal racket delle estorsioni ai gestori di supermercati: 5 mila euro a Palermo, 3 mila euro a Napoli. Secondo il rapporto di Confesercenti in Sicilia e in particolare a Palermo e Catania il racket riceve denaro dall’80 per cento dei commercianti.
A questo punto sorge spontanea una provocazione: commercianti siciliani, visto che ormai i mercati sono aperti, perché non vi «assicurate» con la Camorra? Risparmiereste un bel gruzzolo...
La condanna a otto anni di reclusione nei confronti del presidente della Regione Salvatore Cuffaro, imputato di favoreggiamento alla mafia e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, è stata chiesta dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, a conclusione della requisitoria nel processo alle «talpe della Dda». La richiesta di condanna è arrivata dopo che i giudici del tribunale, presieduto da Vittorio Alcamo, hanno disposto la prosecuzione del processo in seguito alla richiesta di rimessione presentata dai difensori di Cuffaro. Il presidente ha trasmesso con urgenza l’istanza alla Corte di Cassazione, che dovrà decidere se trasferire il processo ad un altro giudice. Intanto si prosegue con le arringhe dei difensori. La sentenza sarà emessa solo dopo che gli ermellini si saranno espressi. La «legittima suspicione», avanzata dai legali, è legata alle polemiche sorte all’interno della Procura sul capo d’imputazione contestato al Governatore. Il pm Maurizio De Lucia, durante la requisitoria, aveva spiegato i motivi che avevano spinto a contestare il favoreggiamento aggravato alla mafia e non più il concorso esterno in associazione mafiosa per il quale era stato indagato in precedenza Cuffaro. Per quest’ultimo reato, il presidente della Regione è coinvolto in un procedimento aperto nuovamente pochi mesi fa.
Mercoledì scorso, riferendosi alle dichiarazioni del collega De Lucia, il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo aveva affermato: «quelle espresse in aula sono valutazioni dei Pm titolari del processo, non rispecchiano la linea dell’ufficio». Una «spaccatura» negata con forza dal procuratore Francesco Messineo, che questo pomeriggio ha cercato di stemperare i toni nel corso di una riunione della Dda: «si è trattato solo di una discussione che non ci deve spaventare. Non è una guerra». Ieri mattina, nel concludere la sua requisitoria, Giuseppe Pignatone ha osservato: «Bernardo Provenzano è la faccia nascosta, ma non per questo meno reale, di questo processo. L’altra faccia, quella cui si riferiscono le condotte oggetto di contestazione, è un coacervo di interessi illeciti di eccezionale rilevanza, anche economica, che hanno accomunato mafiosi, imprenditori, professionisti e appartenenti alle istituzioni, comprese quelle della rappresentanza politica». Il Governatore si difende e dice: «Ho appreso delle richieste formulate dai pubblici ministeri con amarezza, sentimento accresciuto dall’intima consapevolezza che mai mi ha abbandonato in questi anni, di non avere mai posto in essere condotte tese a favorire la mafia». Salvatore Cuffaro deve rispondere di quattro capi di imputazione, due per il favoreggiamento personale, di cui uno aggravato dall’avere avvantaggiato la mafia, e altri due per la rivelazione e l’utilizzazione di segreti d’ufficio.
Per l’accusa il Governatore avrebbe appreso nel 2001 da un ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale dell’esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell’abitazione del capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Il salotto del boss, già condannato all’epoca per mafia, era frequentato da un amico di Cuffaro, il medico Domenico Miceli assessore comunale alla sanità, anche lui Udc, condannato lo scorso dicembre a otto anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti sostengono che Borzacchelli avrebbe avvisato Cuffaro dell’esistenza delle cimici a casa Guttadauro e il presidente della Regione lo avrebbe detto a Miceli. In questo modo il capomafia di Brancaccio sarebbe stato informato, scoprendo di fatto le microspie e bruciando l’inchiesta che riguardava mafia e politica. Da qui l’accusa di favoreggiamento personale aggravato alla mafia per Cuffaro. Gli altri due capi di imputazione riguardano le notizie segrete su indagini avviate dalla procura, di cui Cuffaro sarebbe venuto a conoscenza da «talpe palermitane o romane», informando uno degli indagati, l’imprenditore della sanità privata, Michele Aiello.
Emirati arabi: ha 78 figli, punta ai cento e a 60 anni cerca sempre nuove mogli (come dire, c'è vita e vita)
DUBAI. Un cittadino degli Emirati arabi uniti (Eau), padre di 78 figli, sta pianificando i suoi prossimi matrimoni per raggiungere l’obiettivo che si è prefissato: la quota di 100 figli entro il 2015. Lo riferisce oggi il giornale «Emirates Today». Daad Mohammed Murad Abdul Rahman, 60 anni, ha già avuto 15 mogli, ma divorziando via via per restare entro il limite di non più di quattro contemporaneamente prescritto dall’Islam. «Nel 2015 avrò 68 anni e avrò 100 figli - ha detto Abdul Rahman citato dal giornale - Poi smetterò di sposarmi. Ma mi ci vogliono almeno tre altri matrimoni per arrivare a cento». Il quotidiano pubblica in prima pagina una fotografia dell’uomo, che ha una gamba sola, circondato dai suoi figli, dei quali il più grande ha 36 anni e il più giovane ha meno di un mese. Due delle sue attuali tre mogli sono inoltre incinte. Abdul Rahman ha spiegato che il suo vasto clan familiare vive in 15 case e che lui mantiene tutti con la sua pensione da militare e con l’aiuto del governo di Ajman, uno dei sette emirati degli Eau.
ETNA (Catania). Quando ti trovi a due passi dal centro della terra provi una sensazione unica, indescrivibile. Senti il respiro del vulcano, le sue smanie, il suo potere. C’è un vortice di cenere e gas che avvolge la cima. Un boato che preannuncia lo sputo di fuoco. Una bocca — quasi una finestra — che si affaccia su un immenso fiume rosso, incandescente. Il vulcano è come un regista folle, imprevedibile. Decide lui come e quando entrare in scena. Dove accendere i riflettori, tirare su il sipario. Con fiumi di lava, gas e vapori, ceneri e oggetti infuocati scagliati su, nel cielo.
Bisogna essere fortunati. Perché beccare la giornata giusta, l’eruzione e il bel tempo insieme non è facile. Soprattutto in un posto — siamo ad oltre tremila metri dal livello del mare — dove il giorno più caldo dell’anno supera a stento i quindici gradi. E invece c’è un sole quasi estivo, in questo squarcio di primavera, ai piedi dell’Etna. C’è il fumo, la lava, le carovane di turisti, gli operatori della funivia impegnati a fare gli straordinari, e una visibilità perfetta. Impensabile dopo il freddo e i temporali che hanno accompagnato l’inizio di ottobre, quando la neve aveva già imbiancato la cima, e questi primi mesi dell’anno.
A Catania questo gigante di 3353 metri lo chiamano «a Muntagna». Per paura, ma anche per rispetto. Perché il vulcano è vita. Ogni suo respiro è il segnale che la terra vive. Ogni sua colata semina distruzione, ma poi genera valli, foreste, piste da sci, nuove attrazioni per i turisti, boschi di castagni, funghi. Nuova vita. E nuovi affari. Perché ai piedi dell’Etna — e anche un po’ più su — trovano lavoro migliaia di persone. Distribuite tra la funivia (un’ottantina tra tecnici, guide e autisti), l’Ente Parco (una cinquantina tra amministrativi e tecnici), i cento bed and breakfast, i 28 alberghi e tutte le altre strutture ricettive che insistono nei comuni del Parco (tra questi 3 camping, 25 agriturismo, 3 rifugi, 2 ostelli, 5 case vacanza e 10 affittacamere). Un mondo. In continuo fermento.
Sono veramente poche le persone che possono dire di conoscere la Montagna. Addirittura nessuno, se dobbiamo fidarci delle parole dettate dall’esperienza decennale da guida alpina di Orazio Distefano. Nessuno, azzardiamo noi, tranne il vulcanologo del Parco dell’Etna. Salvatore Caffo, catanese classe 1960, è cresciuto ai piedi della Montagna, è stato quasi cullato dal vulcano. E da grande l’ha adottato. Dopo una laurea in geologia, il master, una lunga esperienza all’estero dove ha studiato le bocche di fuoco hawaiane e i tremori del parco americano di Yellowstone. Già a 11 anni, quando i suoi coetanei sfogliavano i fumetti, il suo idolo era il vulcanologo Alfred Rittmann. Quell’anno — per intenderci siamo all’eruzione del 1971 che distrusse il paese di Fornazzo di Milo — Caffo ebbe una sorta di illuminazione: «Assieme ad alcuni amici salimmo sul pullman e andammo fino alla colata. Lì vidi i camion dell’esercito che trasportavano la gente, i bambini. Tutto quello che si poteva salvare». Una tragedia, «ma vissuta con grande dignità». In quel momento decise di fare il vulcanologo. Gli studi, la laurea, la carriera di ricercatore e poi l’insegnamento: ogni passo è stato fatto in funzione di quel sogno. Fino al 1994, quando decise di lasciare la cattedra per tornare in trincea.
Da allora Caffo scruta la Montagna giorno dopo giorno, ora dopo ora. Annota i movimenti della terra, le variazioni della crosta in superficie, la nascita di nuovi coni e altre bocche. «La morfologia a volte cambia da un giorno all’altro — spiega — passi un pomeriggio e vedi le cose in un modo. Poi torni l’indomani e ti sembra di essere in un altro posto». Un po’ quello che è successo tra il 23 e il 24 ottobre scorsi, alla torre del Filosofo (2920 metri sul livello del mare), ai piedi del maestoso e mai domo cratere di sud-est. «In poche ore — aggiunge Caffo — si è riaperta una bocca sul versante ovest del cono. Una sorta di appendice, un piccolo cratere che noi chiamiamo suddestino». Anche quello di dare un nome ad ogni «creatura» è uno degli aspetti che contraddistingue il rapporto tra il vulcano e il suo esperto e tra l’esperto e il suo vulcano. «È un rapporto quasi mistico — dice Caffo — l’Etna mi trasmette un’energia vitale impressionante. Mi aiuta a ricaricarmi per affrontare questo mestiere e anche la vita di tutti i giorni». A volte lo si può incontrare a due passi dalla Valle del Bove, qualche altra volta su pendii e crinali completamente deserti. «Quando sono sull’Etna mi piace andare in posti dove non c’è gente — confessa il vulcanologo — e stare lì in silenzio. Mi piace ascoltare i rumori, sentire gli odori».
L’ultima eruzione risale al 13 ottobre. Da quel giorno l’Etna è tornata a farsi sentire, quasi quotidianamente. Prima con alcune scosse, i boati, i gas. Poche ore, forse minuti, ed è ricominciato lo spettacolo. La Montagna ha rialzato il sipario. È tornata in scena. Nel giro di poche ore centinaia, forse migliaia di turisti ed appassionati hanno attraversato la lunga arteria che taglia in due Nicolosi e si spinge fin lassù, ai 1923 metri del rifugio Sapienza. Decine di pullman, carovane d’auto. Centinaia di curiosi richiamati dalle immagini viste in tivù, dalle notizie lette sui giornali, dalle foto mostrate su Internet, dal semplice passaparola. Affari d’oro per la Funivia dell’Etna Spa. «Che — come spiega il direttore Nino Mazzaglia — ogni giorno porta su in media tra le ottocento e le mille persone». Poi in un attimo finisce tutto. Due, forse tre mesi di calma, silenzio. E un bel giorno si rialza il sipario. Di nuovo lava, fumo, cenere. Spettacolo.
Per una foto ricordo a un metro dal fiume di lava c’è chi è disposto a pagare anche cinquanta euro tra cabina, fuoristrada e guida. E a conti fatti ogni mese sono decine di migliaia gli appassionati che staccano il biglietto per il centro della terra. C’è chi rischia un’ustione o un’intossicazione. Ma anche coraggiosi amanti del trekking che prendono di petto il vulcano percorrendo otto chilometri a piedi. In mezzo al deserto nero. Perché l’Etna, dai 2500 metri in su, è forse anche più desolante di Marte. Pietre, polvere e un solo sentiero. Tutto nero. Fino alla torre del Filosofo, ai piedi del cratere, quasi tremila metri, dove lo scenario cambia improvvisamente. Trovi jeep, fuoristrada, escursionisti esperti e donne con scarpe aperte e calze di nylon. Ci sono le telecamere della Rai che cercano di farsi largo tra i curiosi. Ci sono i giornalisti e le guide, c’è pure chi (come Gianfranco) pesca la lava con un forcone per ricavarne posaceneri da vendere a 10 euro l’uno. Sotto il sole insolitamente cocente di questa fine di ottobre l’Etna sembra la sommità della torre di Babele. Senti parlare in inglese, francese, tedesco, senti le guide che litigano tra loro in siciliano e poi toscaneggiano davanti al turista del nord. Un mix di culture, storie, di personaggi che si incontrano ai piedi del gigante per rendersi conto — anche se solo per un attimo — che di fronte alla grandezza della terra siamo tutti uguali. Perfino Bernie Ecclestone, il patron della Formula 1, tra un Gp e l’altro un paio di settimane fa ha chiesto ai funzionari del Parco di essere accompagnato per un’escursione. Nessuno resiste.
Alla fine della giornata il tramonto e l’oscurità regalano lo spettacolo forse più emozionante. Ancora fuoco, gas, esplosioni. Ancora scosse, sassi che rotolano e una lingua di fuoco che taglia in due la Montagna fino alla Valle del Bove.
Ancora quel respiro. Immenso.
Vincenzo Marannano
(tratto da "I Love Sicilia" gennaio 2007)
Riaperto al pubblico il rifugio utilizzato dall'"uomo d'acciaio" durante la Seconda guerra mondiale: 140 mila metri quadrati di storia, segreti, intrighi. E tanti misteri ancora da svelare
MOSCA. La pipa è ancora lì, proprio dove Josif Stalin l’ha lasciata quando ha deciso che era ora di tornare al Cremlino. E sono ancora lì anche i telefoni, il libro con le memorie di Lenin, l’agenda rossa marchiata con una stella gialla in cui l’«uomo d’acciaio» era solito annotare appuntamenti, idee, decisioni importanti... Fa uno strano effetto guardare quello studio nascosto 15 metri sotto terra, sedere sulla stessa poltrona dalla quale ricevevano ordini milioni di soldati, lanciamissili e carri armati, aerei; dalla quale venivano decise esecuzioni, strategie, invasioni e ritirate. Fa una certa impressione guardare quei tre telefoni neri, la linea diretta col Vaticano e quella col Cremlino, i quadri di Marx e Lenin, la piccola libreria. E poi la sala da pranzo, il planisfero con le truppe schierate come su uno scacchiere, il divano che diventava letto quando era sconsigliato uscire allo scoperto e la stanza ovale utilizzata per le riunioni con i generali, dove gli ingegneri dell’acustica sono riusciti a realizzare un sistema di amplificazione «naturale» (era stato vietato ogni tipo di microfono o filo elettrico), che grazie a una camera d’aria isolava il cerchio in cui sedevano i generali dal resto della stanza.
Benvenuti nella «residenza» bellica del padre-padrone dell’Urss, un bunker di 140 mila metri quadri a nord-est di Mosca nascosto sotto cumuli di terra, pietre, cemento armato e ancora oggi imbottito di munizioni e armi, di segreti, divieti. E di misteri. Un bunker dimenticato per decenni, e anche per questo restituito quasi intatto alla curiosità di turisti e nostalgici che oggi, grazie alla costituzione di un museo privato, possono visitare questo luogo intriso di storia. Con le sue colonne e gli affreschi ancora intatti, il tavolo delle riunioni, i marmi, i parquet di quercia, le divise militari, gli appunti, i cimeli e le bandiere.
Sentiva puzza di guerra, l’«uomo d’acciaio». Temeva l’avanzata dell’ideologia nazista, lo sguardo di Hitler puntato verso Est. La guerra, ormai lo sapeva, non si poteva più evitare: era solo questione di tempo. Così, assieme alle fabbriche per maccheroni convertibili in proiettili, nei primi anni ’30 avviò la costruzione del suo «fortino» sotterraneo. Per mascherare il cantiere fece partire contemporaneamente i lavori per la metropolitana (una delle più grandi al mondo con i suoi 300 chilometri di linea), mentre il quartier generale lo posizionò lontano dalla città, sotto uno stadio destinato all’atletica leggera e mai utilizzato. Neanche per un allenamento. «Hitler aveva dato ordine ai suoi di non bombardare gli impianti sportivi — spiega Alexander, ex ufficiale dell’esercito sovietico costretto dalla Perestrojka a svestire la divisa militare per indossare quella di guida turistica — quando Stalin ricevette questa informazione dai suoi servizi segreti la decisione fu quasi naturale». In meno di cinque anni nacque un’altra città sotto la città. Con strade e binari, tram e mezzi meccanici. Un «rifugio» utilizzato ancora oggi e in grado di ospitare buona parte dei moscoviti in caso di attacco nucleare. Ma sul quale nessuno è disposto a parlare. Lo fece qualche anno fa un ex ministro. Ma si limitò a confermare che esiste. Stop.
Mosca è così: una città quasi impenetrabile. Misteriosa, a tratti diffidente, ma paurosamente viva. Viva di giorno, con i cantieri, le strade a dodici corsie talmente piene di auto che non bastano neanche i marciapiedi per farle passare tutte, la gente che scorre come un fiume nei corridoi della metropolitana. E viva anche di notte, col solito traffico accompagnato da insegne luminose che ricordano Las Vegas, con i locali pieni di vita, gli operai e i netturbini che arrotondano trasformando la loro auto in taxi «low cost». È una metropoli in continuo movimento, almeno 33 milioni di passeggeri l’anno in arrivo o in partenza dai tre aeroporti. Edifici buttati giù e ricostruiti nel giro di pochi mesi. Anche se il tempo, e con esso ogni numero riferito a questa enorme distesa di palazzoni, è molto, molto relativo. Puoi partire alle 8 e impiegare almeno un paio d’ore per percorrere poco più di un chilometro. Perfino sul numero degli abitanti non si riesce a far quadrare il cerchio: tra gli 8 e i 10 milioni secondo le stime ufficiali, quasi 15 milioni per i più realisti, soprattutto se si somma anche l’enorme flusso di immigrati che si accalcano lungo i confini delle nazioni più povere dell’ex Unione sovietica.
Oggi ai turisti è consentito l’accesso alla stanza ovale, allo studio e alla mensa (dove i gruppi poco numerosi si possono anche intrattenere a pranzo), i restanti 139 mila metri quadri sono inibiti perché ancora utilizzati dal governo russo. La visita al bunker di Stalin potrebbe essere il punto di inizio per un percorso storico che parte, appunto, dalla Seconda guerra mondiale e arriva fino alla Perestrojka e ai giorni nostri, passando per la metropolitana (un immenso reticolo di tunnel ricchi di opere d’arte e realizzati con il sudore pagato a pasto dei giovani comunisti e con il sangue dei prigionieri politici), la piazza Rossa con la cattedrale di San Basilio, il Cremlino con i suoi edifici ricchi di storia e di storie, il Teatro Bolshoj, Il lago dei cigni, il monastero di Novadevichy. E un’occhiata — seppur discreta — alla Lubianka, una piazza buia e misteriosa dominata ancora oggi dai palazzoni del Kgb. Dai suoi sotterranei che sembrano pulsare sotto l’asfalto, dai tunnel e dai finestroni squadrati, da decenni di intrighi e di segreti... Ovviamente impenetrabili.
Vincenzo Marannano
(tratto dal Giornale di Sicilia del 12 marzo 2007)